giovedì 26 marzo 2009

Great performances by G.Genchi!

Non so se veramente ci si rende conto di cosa stia succedendo a Gioacchino Genchi. Forse non ci si rende conto di questo perchè non si ricollega la sua vicenda alle nostre vite, o per meglio dire, non la si ricollega allo scopo per il quale si sta attuando questo squadrismo mediatico, cioè creare quell'humus ideale per far passare senza troppi ostacoli "La" legge bavaglio sulle intercettazioni e i vari bavagli di regime. Leggi di cui noi tutti subiremo drammaticamente le conseguenze, e di cui godranno soddisfatti una schiera sempre più folta di criminali.
Stiamo assistendo alla demolizione di una persona che si è dedicata per anni anima e corpo al suo lavoro, che ha servito per decenni il nostro paese.
Stiamo assistendo alla demonizzazione di uno stakanovista rispettoso delle istituzioni che, anche quando queste istituzioni non hanno ricambiato con egual moneta, ha sempre mantenuto un'assoluta correttezza deontologica e formale.
Non sono nelle condizioni tali da poter dedicare un post a questa vicenda, anche se fremo dalla voglia di mettere le mani su una quantità di materiale sufficiente per poter dire qualcosa di sensato su quello che il Dott. Genchi sta subendo. Ho già un discreto archivio di articoli e documenti che però non ho più aggiornato, che puzza indecentemente di vecchio, ma che adeguerò il prima possibile ai nuovi sviluppi di questa farsa.
Nel frattempo, però ho trovato un piccolo testo, degno di nota, anzi direi quasi paradigmatico. Un piccolo commento sul blog Uguale per tutti fatto dal Prof. Vincenzo Scavello ad un articolo di Marco Travaglio (uscito ieri su "L'Unità" ) che, a mio parere, mostra che resistere alla disinformatija non sempre è impossibile.
Anzi talvolta basterebbe semplicemente sfilare il nostro cervello dalla naftalina.
Devo precisare però che in questo testo c'è un errore di fondo. Si parla di intercettazioni, anche se il Dott. Genchi non ne ha mai effettuata una in tutta la sua carriera. Però, dato che quando scoppiò il caso e le pagine di giornale si riempirono del viso bonaccione del Vicequestore nato a Castelbuono si parlò di intercettazioni (ricordate i 350'000 intercettati?), allora credo che questo commento sia utile a comprendere come quelle dichiarazioni, quegli articoli, quei titoli di giornale fossero palesemente farciti di frottole.
Buona lettura.

"Hanno scritto e fatto scrivere, ai loro servi, che il Dott. Genchi ha intercettato più di mezzo milione di persone. Da qualche giorno gli intercettati sono scesi a 350.000.

Dedicando una sola ora d'intercettazione per persona avremmo un totale di 350.000 ore. Dividendo per 24, si avrebbero circa 15208 giorni, che suddivisi per 365 (i giorni di un anno), fa 41 anni circa. Se l'intercettazione durasse 24h, gli anni necessari per intercettare 350.000 persone diventerebbero 959. Cosa vogliono farci credere?

Hanno, inoltre, detto che il Dott. De Magistris ha fatto abuso, oltre il lecito e per lunghissimo tempo, delle intercettazioni e che Genchi possiede archivi dove le intercettazioni riguardano diverse centinaia di migliaia di persone.Siccome, le intecettazioni, per essere efficaci, presuppongono tempi molto lunghi ... mesi e, in alcuni casi anni, mi chiedo: quante decine di migliaia di persone avesse a disposizione il Dott. Genchi per poterle effettuare?

Se le 350.000 persone di cui parlano fossero state "ascoltate" per un solo mese, ci sarebbero voluti circa 30.000 anni di ascolto. Come si possono raccontare fandonie in modo così spudorato?

La realtà, a mio modesto parere, è che tra le carte o archivio del Dott. Genchi possa esserci qualcosa di molto interessante; qualcosa che potrebbe trovare riscontro, se non fosse sparita, con i contenuti dell'Agenda Rossa del compianto Borsellino o chissà cos'altro.

Dopo avere appurato che è impossibile intercettare significativamente 350.000 persone, è lecito sospettare che il problema non sono le intercettazioni, bensì quello che tutti sappiamo: LA LEGGE SULLE INTERCETTAZIONI E' STATA VOLUTA NON PERCHE' DI ESSE SE NE FACCIA UN ABUSO E NON PER FRENARE LO SPERPERO DI FINANZE PUBBLICHE. LA LEGGE E' STATA FORTEMENTE VOLUTA PER IMPEDIRE CHE UN SACCO DI COLLETTI NERI (COME DICE DON CIOTTI) POTESSERO VENIRE SCOPERTI NELLE LORO "NOBILI" ATTIVITA', PRESENTI, PASSATE E FUTURE.
Difendere Genchi, ergo De Magistris, diventa, oggi più che mai, un imperativo categorico per ogni cittadino onesto!

Dobbiamo essere noi, i cittadini, finchè esiste la rete libera, a fare quello che la stampa nazionale non fa più, specialmente dopo l'impedimento subìto da Carlo Vulpio ad opera del blasonato Corriere della Sera.
Noi, consci di quello che accade nel nostro Paese.
Noi, pochi e disarmati amanti della Libertà e la Giustizia, testimoni impavidi da contapporre ai tanti che preferiscono il silenzio.

Si è appena conclusa la puntata speciale di "Che tempo che fa" con il grande Saviano. L'Italia potrà sperare di essere un Paese normale soltanto quando ogni quartiere, ogni città, avrà il suo Saviano. S
pero, lo spero per i miei figli, che questo possa avvenire prima che sia, irrimediabilmente, troppo tardi."
Vincenzo Scavello


P.s. sul numero di City Roma di oggi è comparso questo STRABILIANTE articolo praticamente preso e copiato da un lancio dell'agenzia ANSA

venerdì 20 marzo 2009

Colpevoli di aver fatto il proprio dovere

“Una guerra fra bande dentro la magistratura”. Così ci è stata presentata tre mesi fa la cosiddetta “guerra” fra le procure di Salerno e Catanzaro, cioè come una rissa tra magistrati dediti a sequestrarsi vicendevolmente atti di indagine. E’ stato realmente così? Ovviamente no. Ancora una volta ciò che è stato propinato all’opinione pubblica durante quei mesi non è stato altro che la storpiatura di una vicenda complicata, ma limpida nei fatti, volutamente e sistematicamente manipolata.
Tutto nasce nel Dicembre 2008. La procura di Salerno pone sotto inchiesta otto magistrati della procura di Catanzaro, indagati per varie ipotesi di reato, tra le quali quella di essersi venduti agli indagati dell’inchiesta “Why Not” (avocata all’ormai ex PM di Catanzaro Luigi De Magistris) per poi insabbiarla. Siamo ancora alle indagini preliminari. I magistrati di Salerno vogliono vederci chiaro e quindi ordinano il sequestro degli atti di “Why Not” e la perquisizione degli indagati. Una cosa più che normale in una qualsiasi indagine.
Ma stavolta è diverso. Perché l’indagine di Salerno rischia di riaprire il capitolo De Magistris, il quale all’epoca in cui era PM a Catanzaro stava compiendo indagini, non scottanti, ma roventi su presunti legami tra politica, magistratura e comitati d’affari. Quindi il fatto che dei magistrati si stiano occupando di quelle vicende mette in subbuglio i poteri forti (istituzioni, media, classe politica,..) che in tempi record serrano le fila e partono all’attacco della procura di Salerno.
Accuse di ogni sorta, fondate su balle mirabolanti, cominciano a piovere sulla procura campana accusata di aver emesso un decreto (quello di sequestro e perquisizione) definito abnorme, illegittimo, eversivo! Ora se queste accuse fossero state finalizzate ad una verifica della legittimità del decreto di Salerno, poco male. Ma gli attacchi alla procura di Salerno non miravano ad una verifica di quell’atto. Perché se l’intenzione fosse stata realmente quella non ci si sarebbe impegnati a demolire a colpi di baggianate l’inchiesta salernitana, ma si sarebbe atteso la sentenza del ricorso contro il decreto della Procura di Salerno presentato da parte degli indagati dell’inchiesta “Why Not” al Tribunale del riesame di Napoli (cioè l’unico Tribunale competente a valutare nel merito l’atto di Salerno).
E invece non si è atteso un bel niente, anzi successivamente è stata addirittura ignorata la sentenza del Tribunale del riesame, la quale confermava il decreto di sequestro e perquisizione della procura di Salerno.
Mentre in un paese normale la notizia di questa sentenza sarebbe balzata su tutte le prime pagine dei giornali, in Italia questa notizia non è comparsa da nessuna parte. Il fatto che l’unico tribunale competente a valutare nel merito il decreto di Salerno abbia confermato tale atto, smentendo gli attacchi contro la procura di Salerno, non è stato ritenuto degno di nota.
Silenzio totale. Meglio continuare a parlare d’altro, ignorare che Salerno aveva compiuto un atto legittimo e che, al contrario, Catanzaro (che nel frattempo aveva “contro-sequestrato” gli atti sequestrati da Salerno con un atto assolutamente illegittimo) aveva operato secondo modalità (queste sì) eversive. Meglio imbottire la società di balle, creare un caso virtuale per “buttarla in caciara”. Meglio adoperarsi per coprire l’ennesima demolizione dell’ennesima indagine scomoda.
Meglio coprire i fatti. Cioè che il procuratore capo di Salerno, cacciato dalla magistratura, ed i due sostituti procuratori, cambiati di sede e funzione, sono stati colpiti per un motivo solo.
Aver fatto il loro dovere.

“Sogliono essere odiatissimi i buoni e i generosi perchè ordinariamente sono sinceri e chiamano le cose coi loro nomi. Colpa non perdonata del genere umano, il quale non odia mai tanto chi fa male, né il male stesso, quanto chi lo nomina.In modo che più volte, mentre chi fa male ottiene ricchezze, onori e potenza, chi lo nomina è strascinato in sui patiboli” - Giacomo Leopardi

venerdì 27 febbraio 2009

E venne il silenzio

L’hanno definita in vari modi; il bavaglio, la legge criminogena, liberticida ed illiberale destinata a chiudere i conti con l’informazione giudiziaria e che taglierà le unghie (se non le mani) ai magistrati. Ma nonostante questo il disegno di legge riguardante “Norme in materia di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali” si prepara al suo ingresso devastante nel nostro ordinamento. E nelle nostre vite.
Il ddl Alfano sulle intercettazioni, presentato il 30 giugno 2008, sarà come un macigno lanciato sulle gambe dei magistrati e dei cronisti. Un dispositivo di 18 articoli mefistofelici di cui è bene parlare sin da subito affinché si sappia a cosa stiamo andando incontro.
Prima di tutto i magistrati si dimenticheranno cosa sono le intercettazioni. Il ddl Alfano prevedeva, originariamente, tutta una serie di modifiche alla normativa attuale relativa ai requisiti, in termini di anni di pena, necessari per poter intercettare qualcuno (art.3 del ddl). Però, dato che in base a queste modifiche risultavano non più intercettabili una serie lunghissima di reati gravi (truffa, omicidio colposo, violenza sessuale, spaccio di droga, e così via), qualcuno all’interno della maggioranza ad un certo punto si è reso conto che magari i cittadini elettori non l’avrebbero presa molto bene.
MrB, il decisionista, voleva tirare dritto, ma altri dicevano che era meglio evitare, trovare un’altra strada, più subdola, meno esplicita per limitare le odiate intercettazioni. E così alla fine Silvio si è convinto e ha dato il suo ok per il piano B. Il mese scorso quindi, durante l’esame del ddl da parte della Commissione Giustizia della Camera, le modifiche originarie prima presenti nell’articolo 3 del ddl sono state eliminate e contemporaneamente, mentre queste venivano cestinate, il governo ha inserito nel ddl un nuovo cavillo. E in cosa consiste questo nuovo innesto nel ddl?
In base al nuovo testo non serviranno più “gravi indizi di reato” al PM per poter richiedere al GIP un’intercettazione. Serviranno “gravi indizi di colpevolezza”. In poche parole per intercettare Caio il PM dovrà sapere che Caio è colpevole. Non ci vuole molto a capire che siamo di fronte alla follia umana. Ma se Caio è colpevole a cosa servono le intercettazioni? Se sussistono dei “gravi indizi di colpevolezza” questi (secondo il codice di procedura penale) sono sufficienti a spedire Caio in carcere, quindi lo si arresta, non lo si intercetta! Insomma con questo nuovo testo il governo è riuscito a pregiudicare l’utilizzo delle intercettazioni praticamente per qualsiasi reato.
Però il ddl Alfano non colpisce “solo” i magistrati. Anche i giornalisti sentiranno arrivare la mazzata.

L’articolo 2 dell’abominio normativo in questione vieta infatti ai cronisti di parlare di una qualsiasi indagine fino alla conclusione delle indagini preliminari. Silenzio totale per quattro o cinque anni. Si potrà sapere solamente che Tizio e Caio sono stati arrestati. Non si saprà il perché o per cosa. Non sapremo come saranno condotte le indagini. Niente. Se poi sarà arrestato il nostro vicino di casa o un conoscente pazienza. Sapremo qualcosa solo dopo qualche anno. Scenari da dittatura militare insomma. Ma oltre a non sapere questo non sapremo neanche chi era il magistrato che ha condotto le indagini. Infatti il 17 febbraio di quest’anno la Commissione Giustizia della Camera ha approvato un emendamento che sancisce il divieto di pubblicare i nomi e le immagini dei magistrati titolari di un procedimento loro assegnato. A questo punto sorge spontanea una domanda.
Da dove esce fuori questa trovata? Esce fuori dal Piano di Rinascita Democratica della loggia P2 di Licio Gelli (Programmi, paragrafo a1), nel quale quest’ultimo indicava come misura urgente il “divieto di nominare sulla stampa i magistrati comunque investiti di procedimenti giudiziari”. Qual’era lo scopo del gran maestro della loggia P2? Far calare il silenzio di modo da picconare dall’interno la magistratura senza troppi pensieri. E cosa avremo noi quando questa porcata sarà divenuta una legge dello stato? Il silenzio di Gelli. Avremo magistrati coraggiosi che rischieranno ogni giorno nell’anonimato di essere cacciati dalla magistratura e magistrati collusi, fannulloni, impegnati a far contenti qualche potentato che riusciranno a fare carriera senza alcun controllo democratico. Senza qualcuno che lo racconti. Per non parlare del crimine, con corrotti, truffatori, assassini, pedofili e stupratori ancor più liberi e spensierati di prima.

Ma questo non era il governo della sicurezza?


"Tutto ciò che rimane ai cittadini è la possibilità di rendersi conto di questa rivoluzione strisciante e di opporvisi con lo strumento democratico che ancora posseggono: il voto. E' qui che l'informazione gioca il suo ruolo decisivo, ed è qui che l'esecutivo tenta di incidere, imponendole limiti che diventano veri e propri bavagli" LA QUESTIONE IMMORALE di Bruno Tinti

giovedì 12 febbraio 2009

Libertà e rispetto.

Eluana è morta dopo 17 anni di non-vita.
Immobilizzata da una catena artificiale, imprigionata in un corpo padrone della sua esistenza, schiava di una “cultura della vita” intesa come mera funzione biologica, Eluana ha subìto per anni la dittatura dei suoi riflessi involontari senza poter mai coscientemente porre fine al suo calvario.
Il suo corpo, condannato dalla tecnologia a non morire e a non vivere, ha compiuto infine tre giorni fa il suo ultimo passo. L’unico possibile. Il più tragico.
Nessuno deve esultare, tantomeno chi ha sempre ritenuto che questo dovesse succedere.
Nessuno deve vedere in questa vicenda una vittoria, anche chi ritiene che ciò che è avvenuto sia stata solo la giusta conclusione di una sofferenza indegna subita da una donna che meritava un minimo di dignità e che invece è divenuta il totem di una battaglia per una concezione di vita che mortifica il concetto stesso di esistenza.
Nessuno deve gioire, perché bisogna tenere ben chiaro in mente che ciò che si è visto è stata una tragedia.
Si deve solo riflettere rispettosamente, con la consapevolezza che si è stati spettatori di un dolore di cui pochi hanno avuto rispetto. Pochissimi.
Eluana è stata oggetto di tante discussioni, di tanti oltraggi perpetrati da persone di dimensioni più o meno elefantiache armate di una tracotanza indecente, di innumerevoli strumentalizzazioni politiche e di sentenze di vari giudici. Si è detto di tutto su queste sentenze (e chiaramente poco o niente su tutto il resto); fondate sul nulla, opere di magistrati “creativi”, o peggio ancora assassini. Ma in realtà i magistrati che hanno affrontato questo dramma sono stati i carnefici della sola presunzione di una visione della vita tendente a monopolizzare la naturale molteplicità di concezioni della vita, della non-vita e della morte presenti in un paese pluralistico, democratico e conseguentemente relativista (per quanto questo a più d’uno non piaccia, ma si spera che prima o poi se ne facciano tutti una ragione).
I magistrati che si sono occupati di Eluana hanno svolto un lavoro delicatissimo, estenuante, giuridicamente ed umanamente difficile. Mandanti di un omicidio inesistente, hanno compiuto il loro dovere senza se e senza ma, mostrando nelle motivazioni delle loro sentenze un’opera ben più profonda e cosciente di ciò che si è voluto far credere. Ciò però non li ha salvati da anatemi di ogni sorta, lanciati loro contro da individui spinti da un precisa strategia delegittimante dell’operato della magistratura, i quali non hanno provato la minima vergogna nell’utilizzare anche questa vicenda per i loro scopi vergognosi. Si pensi ai vari Giordano, Ferrara (per non parlare del nostro premier che tanto per cambiare ha voluto “strafare”) che spesso e volentieri hanno giocato perversamente non solo con le sentenze, ma anche con il significato di tutta una serie di parole (quali “vita”,”morte”,”coma”,”eutanasia”,…) sulla base di una esplicita volontà manipolativa e ridicolizzante della sofferenza del padre di Eluana, delle sentenze, dell’operato dei medici e di tutti coloro che hanno provato a difendere la battaglia di Beppino Englaro.
Alla base di questi attacchi più o meno pretestuosi vi è stata quindi, prima di tutto, una guerra di definizioni, una “battaglia semantica” sulla quale non si può sorvolare se si vuole almeno tentare di capire tutto ciò che ha circondato il dramma di Eluana.

La logica primitiva dei crociati di casa nostra
In questi anni molti estremisti si sono dilettati nel contrapporre la “vita” (di cui si son autoproclamati difensori), alla “morte” (di cui si sono autodefiniti acerrimi nemici), con una capacità di valorizzazione autoreferenziale delle loro posizioni e dei loro scopi strabiliante. Per quanto però queste posizioni abbiamo avuto una presa innegabile sull’opinione pubblica, coloro che hanno dedicato inchiostro e voce per sostenerle hanno sempre e solo dimostrato di saper ragionare secondo concetti dogmaticamente impacchettati, costruiti per opposizione pura e semplice, in netto contrasto con una realtà che ci mostra continuamente la sua complessità.
I talebani “de noantri”, invece di mostrare la forza delle loro trincee ideologiche, hanno sempre e solo palesato come il ragionare per assoluti, con concetti intrinsecamente complessi caratterizzati da confini semantici labili ed individualmente variabili, porti inevitabilmente a conclusioni semplicistiche (spesso volutamente ricercate) e a tratti oscurantiste.
Incastonando le loro argomentazioni in due categorie contrapposte "vita"-"morte", questi paladini di una logica primitiva hanno quindi rinunciato ad affrontare qualsiasi ragionamento sullo stato vegetativo (per menzionare solo in caso di Eluana), paragonandolo, con una semplificazione oscena, alla vita e vendendo questa loro pochezza di ragionamento sotto forma di forza delle loro posizioni. Da bravi talebani.

Eluana non era una disabile
Questi integralisti travestiti da persone di buon senso (magari che si definiscono anche non-credenti; i famosi “atei devoti”) hanno sempre definito Eluana una disabile. Ma tra la condizione di disabilità e lo stato vegetativo permanente le differenze sono molte e sostanziali. Bisogna però capirli; fa molto più effetto pensare ad un medico che lascia morire di fame e di sete nella solitudine più totale una persona diversamente abile, piuttosto che parlare della realtà di ciò che è successo.
Le persone disabili, per quanto grave sia il loro handicap, sono persone che mostrano uno stato di coscienza e che molte volte in grado di assolvere alle loro funzioni basilari (che sia il mangiare o l'andare al bagno) da sole o tramite l'assistenza di una persona; al di là del loro grado di autosufficienza, sono persone che si esprimono, vivono di sentimenti, si trovano in uno stato di vita cosciente. Anche coloro che sono bloccati a letto o su una sedia a rotelle sono spesso in grado di esprimere il proprio stato di coscienza (che si tratti di esplicarlo a parole o con il semplice movimento degli occhi). Anche coloro che non si trovano nelle condizioni di potersi esprimere sono comunque individui che presentano reazioni volontarie a stimoli sensoriali (visivi, uditivi, dolorifici e via dicendo).
Per farla breve, nel caso di persone disabili è chiaro che si ha a che fare con persone che presentano tutte le caratteristiche di un'esistenza tale e quale alla nostra. Persone il cui stato è potenzialmente reversibile e per le quali l'idratazione forzata e l'alimentazione forzata sono un trattamento (chiaramente nel caso estremo in cui vi sia bisogno di applicare tale trattamento) di sostentamento terapeutico coadiuvato da cure mediche finalizzate ad un miglioramento del loro stato di salute.
Nessuno mai in presenza di una persona disabile si sognerebbe di interrompere questi trattamenti perché si tratterebbe di una chiara eliminazione fisica. Un omicidio bello e buono.
Il caso Englaro, al contrario, era sostanzialmente, fattivamente diverso.
La Corte di Cassazione ha scritto nella sentenza del 16 novembre 2007 che:"Lo stato vegetativo permanente (SVP) in cui giace XXX è uno stato unico e differente da qualunque altro, non accostabile in alcun modo a stati di handicap o di minorità, ovvero a stati di eclissi della coscienza e volontà in potenza reversibili come il coma. Nello stato di SVP, a differenza che in altri, può darsi effettivamente il problema del riscontro di un qualunque beneficio o una qualunque utilità tangibile dei trattamenti o delle cure, solo finalizzate a posporre la morte sotto l’angolo visuale biologico.".
Ergo quella donna che qualche demagogo senza vergogna ha definito (e continua post mortem a definire) disabile in realtà si trovava in una condizione clinica che, secondo la scienza medica, è caratteristica di un soggetto che “ventila, in cui gli occhi possono rimanere aperti, le pupille reagiscono, i riflessi del tronco e spinali persistono, ma non vi è alcun segno di attività psichica e di partecipazione all’ambiente e le uniche risposte motorie riflesse consistono in una redistribuzione del tono muscolare”. Una donna che non ha dato più segni di vita cosciente per diciassette anni, che aveva parte consistente del cervello atrofizzata e che molto probabilmente non si sarebbe mai più ripresa da questa condizione.
Qualcuno potrebbe obiettare che la scienza è fallibile, in continuo teorie mediche (e non solo) vengono confutate, parzialmente, totalmente e che quindi fondare una decisione (come ha fatto la Cassazione) su un qualcosa di potenzialmente variabile e confutabile sarebbe stato un errore. Io rispondo che è ovvio che la scienza è fallibile e che non si può dire nulla di assolutamente certo; ma niente, in nessun ambito, è certo (solo i dogmi di una qualsiasi ideologia sono certi).
Tutto è o probabile, o improbabile, o estremamente probabile, o estremamente improbabile.
Che si fa allora? Non si decide più?
Sappiamo che molto probabilmente Eluana, a fronte degli standard scientifici attuali, non si sarebbe mai ripresa; sappiamo che non vi era “alcun fondamento medico che” lasciasse “supporre la benché minima possibilità di un qualche, sia pure flebile, recupero della coscienza e di ritorno ad una percezione del mondo esterno”. Sappiamo che non vi era “in lei alcun segno di attività psichica e di partecipazione all’ambiente, né alcuna capacità di risposta comportamentale volontaria agli stimoli sensoriali esterni, visivi, uditivi, tattili, dolorifici.”
Detto questo coloro che ancora tentano di insinuare dubbi sulle perizie mediche condotte sia da Beppino Englaro sia dai PM di Milano, inseguendo teorie uscite fuori da non si sa quale dimensione parallela, dovrebbero tacere. Per almeno una volta, tacere, far finta di avere un minimo di dignità.

Quando i giudici non si inventarono un bel niente.
Oltre alle toghe rosse in Italia dobbiamo segnalare la presenza di una nuova tipologia di magistrati: le toghe eutanasiche. Magistrati (secondo alcuni) in grado di inventare di sana pianta fatti o interpretazioni di fatti con l’intento di mandare a morte persone incoscienti. E per quanto questo che sto dicendo sia palesemente grottesco è proprio ciò che implicitamente (o anche esplicitamente) è stato insinuato da persone più o meno conosciute. Perché affermare, come è stato fatto, che i giudici della Cassazione “si sono inventati” che il sondino nasogastrico consista in un trattamento terapeutico, vuol dire insinuare che i magistrati hanno fatto ciò per interrompere a tutti i costi l’alimentazione ed idratazione di Eluana Englaro per lasciarla morire “di fame e di sete”. E queste insinuazioni, che ancora oggi propongono a reti unificate persone che dovrebbero rappresentarci in Parlamento, sono un qualcosa di indegno anche per soggetti che non hanno mai conosciuto il significato della parola decenza; i vari Cota, Quagliariello, Cicchitto o Gasparri tanto per nominarne alcuni.
Ma oltre al fatto che i lor signori dovrebbero cortesemente spiegarci per quale assurdo motivo i giudici della Cassazione avrebbero commesso un atto del genere, dovrebbero inoltre spiegarci su quali basi hanno fondato le loro valutazioni sulle tecniche di alimentazione ed idratazione forzata. Sulla convenienza politica di tali valutazioni probabilmente. Ma la realtà è che, come per le questioni prima affrontate, anche per quanto riguarda il sondino nasogastrico, e il valore dell’idratazione e dell’alimentazione forzata, si è attuata una estremizzazione concettuale basata su nulla.
Perché affermare che un sostegno che “consiste in un intervento chirurgico per posizionare una cannula nello stomaco e la somministrazione, dietro prescrizione medica, di nutrienti elaborati da un’azienda farmaceutica” non è considerabile un trattamento terapeutico è già una forzatura. Ma dichiarare che i giudici se lo siano inventato è una balla colossale, costruita ad arte, si intende. Ma oltre alla definizione tecnica del sondino, credo inoltre che il significato che tale trattamento assume vari molto (anzi moltissimo) a seconda dei casi in cui viene adoperato. Sarebbe folle (come ovviamente è stato fatto) assegnare un unico valore a queste tecniche, indistintamente, per ogni caso in cui queste vengono utilizzate. Si prenda la distinzione fatta prima tra persone disabili e persone in stato vegetativo permanente. Nel caso di persone disabili l’idratazione e l’alimentazione forzata assumono senso perché accanto a queste tecniche mediche di sostentamento vengono accostate terapia finalizzate ad un miglioramento dello stato di salute del paziente.
Nel caso però di persone in stato vegetativo permanente si ha a che fare con persone per le quali, qualsiasi terapia venga applicata, le possibilità di ritorno ad uno stato di vita cosciente, anche in misura minima, sono nulle. In una condizione del genere quindi un trattamento quale il sondino nasogastrico assume un valore invasivo, inutile, futile poiché non recante alcun beneficio alla condizione della persona se non un prolungamento artificiale di una condizione di non-vita.
Altro che diritto di cura.

Le volontà di Eluana
La sentenza della Corte di Cassazione è il principio della conclusione della lunga vicenda processuale che ha interessato Eluana perché è in questa sentenza che si trovano le motivazioni che hanno portato alla cessazione dell’accanimento terapeutico sul suo corpo. Perché accanimento terapeutico?
Perché è ciò che Beppino Englaro riteneva che la corte dovesse affermare. Un principio di diritto che condivido appieno. Cioè che nessuno debba subire trattamenti invasivi della propria persona, ancorché finalizzati al prolungamento artificiale della vita, senza che ne sia concretamente ed effettivamente verificata l’utilità ed il beneficio”. Ecco cosa voleva affermare Beppino Englaro, il diritto di ciascuno di noi a non dover subire, nel caso dovessimo trovarci nelle tragiche condizioni in cui versava la povera Eluana, trattamenti inutili per la nostra salute, futili, che esulano dal concetto di cura e pratica della medicina. Beppino Englaro voleva affermare il principio secondo cui il medico “possa e debba astenersi da quei trattamenti che, pur suscettibili di prolungare il vivere, fosse accertato non rechino beneficio o utilità per il paziente, nel sottrarlo all’esito naturale e fatale dello stato in cui si trova e nel forzarlo a mantenere talune funzioni vitali”. E tale verifica dell’utilità o del beneficio andrebbe fatta proprio e soprattutto quando il trattamento miri a prolungare la vita perché è lì che il medico si spinge al massimo dell’intromissione nella sfera individuale dell’altra persona.
A parte questa disquisizione sull’accanimento terapeutico ciò che afferma la Cassazione nella sua sentenza sul caso Englaro è questo:
” Ove il malato giaccia da moltissimi anni in stato vegetativo permanente […] e sia tenuto in vita mediante un sondino nasogasrico che provvede alla sua nutrizione ed idratazione su richiesta del tutore che lo rappresenta, e nel contraddittorio con il curatore speciale, il giudice può autorizzare la disattivazione di tale presidio sanitario unicamente in presenza dei seguenti presupposti: (a) quando la condizione di stato vegetativo sia, in base a rigoroso apprezzamento clinico, irreversibili e non vi sia alcun fondamento medico, ssecondo gli standard scientifici riconosciuti a livello internazionale, che lasci supporre la benché minima possibilità di un qualche, sia pure flebile, recupero della coscienza e di ritorno ad una percezione del mondo esterno: e (b) sempre che tale istanza sia realmente espressiva, in base ad elementi di prova chiari, univoci e convincenti, della voce del paziente medesimo, tratta dalle sue dichiarazioni ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti, corrispondendo al suo modo di concepire l’idea stessa di dignità della persona […]”
Come al solito non pochi hanno criticato questa sentenza, soprattutto nella parte che concerne la ricostruzione delle volontà di Eluana. Molti con tono saccente hanno detto che la Cassazione fondava la sua decisione su frasi dette dalla ragazza all’età di 18 anni, quindi ad un’età immatura, quando la ragazza si trovava in uno stato psicofisico precario (a causa del fatto che un suo amico era rimasto in coma a dopo un incidente stradale), che potrebbero essere diverse da quelle che adesso Eluana, in stato cosciente, avrebbe potuto affermare. A parte l’ironia del fatto che queste tesi sono sposate da ragazzi di venti anni che non so se si rendono conto del ridicolo che si tirano addosso affermando che non è possibile prendere in considerazione come serie ed attendibili le dichiarazioni di una ragazza che, oltre a non aver mai conosciuto, aveva all’epoca due o tre anni in meno di loro. A parte queste genialate però, ancor più ridicole sono le altre prese di posizione circa le volontà di Eluana
Se stiamo parlando di una persona che si trovava in stato vegetativo da 17 anni a quali affermazioni si doveva fare riferimento per ricostruirne la volontà? Le si è provate e comprovate, nessuna sentenza (anche quelle che respingevano la richiesta di Beppino Englaro di interrompere l’accanimento terapeutico) le ha mai smentite. La volontà di Eluana è stata dimostrata non solo con le testimonianze di amiche e conoscenti riguardo alle cure e trattamenti che lei avrebbe voluto venissero messi in atto nel caso fosse entrata in coma (situazione peraltro diversa da quella in cui lei versava), ma anche tramite i suoi convincimenti morali, il suo stile di vita. Cos’altro si doveva fare? L’illogicità di chi sostiene che l’opinione di Eluana sarebbe potuta cambiare se fosse rimasta in vita è palese; sarebbe potuto accadere, ma anche no. Si sta parlando di persone che pur di avvalorare le loro tesi accettano il rischio di fare la figura degli idioti.
Ma altrettanto illogica è la posizione di chi sostiene che non si dovesse e potesse fare niente. Queste persone ritengono che poiché ciò che Eluana ha affermato è stato ricostruito (e quindi non è certo) allora prendere una decisione sull’effettiva volontà di Eluana risulta fondamentalmente impossibile e quindi i giudici hanno condannato a morte una persona sulla base di una ricostruzione “non certa” o, peggio ancora, “fondata sul nulla” delle sue volontà.
Pongo allora una domanda: ma se la ricostruzione dei fatti relativi alle volontà di Eluana è stata accertata e confermata da almeno 15/18 giudici diversi, anche da quelli che respinsero le richieste di Beppino Englaro di cessare il trattamento terapeutico subito dalla figlia, anche dai PM di Milano, mi si vuole spiegare per quale dannato motivo la ricostruzione non è attendibile? Cosa si vuole insinuare, che non lo è proprio perché ontologicamente la ricostruzione dei fatti non è attendibile? Ma allora, se si dovesse seguire questa logica, qualsiasi opera di ricostruzione, in qualsiasi processo, concernente qualsiasi reato o vicenda giudiziaria è sostanzialmente inutilizzabile ai fini della definizione di una sentenza poiché la ricostruzione dei fatti è in sé per sé vaga e incerta. Le indagini relative ad un criminale, che non viene colto sul fatto e di cui vengono ricostruiti le azioni, gli spostamenti, l’identità tramite indizi risulterebbero allora operazioni inutili,futili, poiché sono opera di una ricostruzione e quindi un qualcosa di inaffidabile a priori.
Mi si potrebbe obiettare; beh no, se le prove sono chiare e schiaccianti allora il discorso è diverso.
E allora perché si è scartata a priori l’ipotesi che la ricostruzione delle volontà di Eluana potesse essere fondata su prove chiare ed univoche? Perchè non si è mai presa in considerazione la possiblità che il padre di Eluana, i parenti di Eluana, gli amici di Eluana potessero essere delle fonti attendibili? Qualcuno ha mai letto gli atti del processo di modo da poter affermare che gli elementi di prova forniti erano non attendibili? Chiaramente neanche il sottoscritto sa se veramente la ricostruzione sia stata effettuata su elementi di prova chiari ed univoci, ma, ripeto, il fatto che in tutti i gradi di giudizio sia stata confermata questa ricostruzione, non rappresenta di per sé un elemento più che sufficientemente solido di attendibilità?
E’ molto facile affermare qualcosa di scandaloso senza alcun elemento a sostegno della propria tesi ed è ancora più facile porre dubbi infondati su qualcosa che non si conosce e, probabilmente, altri non conoscono, ma cmq si spera che prima o poi qualcuno provi vergogna per le sue parole.
Si spera che prima o poi la strumentalizzazione della tragedia di Eluana Englaro finisca.
Si spera che la legge sul testamento biologico non rappresenti una incostituzionale condanna a vivere.

Ma almeno lei, Eluana, ora è libera.

sabato 13 dicembre 2008

Un vero maestro

Non ho mai utilizzato questo blog per scrivere di argomenti strettamente personali, ma oggi, stanotte, sento il bisogno per una volta di lasciare spazio ad un avvenimento che mi porterò dietro per molto tempo credo.
La morte del professore Massimo Baldini.
Non voglio cimentarmi in tentativi di elogio funebre, poichè sarei la persona meno adatta; conoscevo il professore per quello che uno studente qualsiasi può conoscere di un professore.
Però posso dire con certezza che per me era un maestro, non un semplice docente.
Una di quelle persone che incontrandola, sentendola conversare, non solo ti rendevi conto di trovarti davanti ad un saggio, un intellettuale di prim'ordine, un uomo di scienza, ma ti rendevi conto di trovarti di fronte una persona disposta all'ascolto, al dialogo, ma rigorosa nel sua disponibilità, ferrea nel mantenimento degli impegni. Una persona formale, ma amichevole. Una persona mai superflua, mai scortese, mai mediocre. Un vero maestro.
Un uomo che rimarrà sempre tra i grandi che ho messo sul mio piccolo altare, composto da personalità che hanno cambiato la mia vita con i loro insegnamenti.

Un pensiero inoltre lo vorrei concedere al professore Dario Antiseri che pare abbia assistito alla morte del prof. Baldini. Per quanto non le arriverà mai questo messaggio, per quanto io sappia quanto era forte il legame fra voi due e che quindi questo messaggio non le toglierà un grammo di sofferenza, la abbraccio prof. Antiseri, perchè tutti i suoi studenti, ex allievi, tra cui io, abbiamo sempre provato e proviamo molto affetto per lei. E personalmente, per quanto questo possa contare, per quanto questo che sto scrivendo morirà qui su questo blog e pochi occhi lo vedranno, voglio ribadirle questo affetto anche adesso.

La scomparsa del professor Baldini è stata un duro colpo per molti e quindi non mi permetterei mai di accostare i miei pensieri a quelli di molti altri studenti che hanno avuto il piacere e l'onore di conoscerlo più da da vicino.
Ma consentitemi di lasciare scritto il mio dolore, malinconicamente incredulo, non lancinante, ma sincero.
Mi mancherà Massimo Baldini e spero che questo post faccia rendere conto a chiunque lo legga che mercoledì 10 dicembre 2008 tutti abbiamo perso un grande maestro.

domenica 19 ottobre 2008

I furbetti dell'aeroplanino

Per mesi i maggiori organi di disinformazione del nostro paese hanno martellato l’opinione pubblica con il seguente messaggio: il governo italiano ha dato vita ad una cordata di cavalieri coraggiosi che hanno combattuto in difesa dell’italianità di Alitalia contro l’odiato straniero. In realtà non è stato così.
La CAI era ed è un contenitore pieno di interessi, gestito secondo logiche clientelari.
Tra le varie figure che hanno avuto un ruolo centrale in tutta la vicenda Alitalia, come in tutti i processi di privatizzazione, c’è l’advisor, cioè un esperto in problematiche finanziarie nominato dal governo e che è solitamente un istituto bancario. Qual’era l’advisor che il governo Berlusconi ha nominato per la trattativa di Alitalia? Banca Intesa. Una scelta apparentemente innocua. Apparentemente. Banca Intesa infatti è anche tra i componenti della CAI. Difficile fare da arbitro e giocatore. A meno che dietro a Banca Intesa ci siano interessi enormi. L’istituto di Corrado Passera infatti doveva inevitabilmente essere l’advisor, perché doveva garantire a Carlo Toto, proprietario di Airone, di entrare nell’affaire Alitalia. Passera, sponsor di Toto, ha sempre ribadito fondamentale la presenza di questo all’interno della cordata italiana. Perché? Semplicemente perché si voleva salvare Toto (noto finanziatore di campagne elettorali) e creare un monopolio delle rotte aeree sul territorio nazionale. l’Airone ad oggi è una compagnia sull’orlo del baratro con debiti pari ad un miliardo di euro ed era l’unica compagnia in grado di fare concorrenza all’Alitalia nelle tratte italiane, soprattutto sulla linea Milano–Roma . Quindi la CAI permetteva ed ha permesso di prendere due piccioni con una fava. Salvare Toto e generare un monopolio.
Ma di piccioni e di fave ce ne sono ancora molti.
Roberto Colaninno, presidente della CAI, ad una puntata di Porta a Porta, immediatamente successiva alla chiusura delle trattative tra i quindici furbetti e i sindacati, affermava che la nuova Alitalia avrebbe poggiato su un network composto da 5 aeroporti di riferimento: Roma Fiumicino, Milano Malpensa, Torino, Bologna e Venezia. Tralasciando il fatto che i nostri imprenditori martiri non hanno affatto chiuso un bel niente, poichè l'offerta della CAI non è ancora divenuta vincolante non essendo stata ancora valutato il valore effettivo di Alitalia, non è un caso che Colaninno abbia menzionato proprio gli aeroporti appena citati. Nè Vespa, che alla parola informazione soffre di crisi allergiche, nè alcuno tra gli invitati ha portato all'attenzione degli spettatori che, per pura combinazione si intende, la Aeroporti di Roma, società che gestice Fiumicino, ha come azionista di maggioranza Benetton e che Ligresti, palazzinaro amicone di molti potentati, gestisce i servizi a terra di Venezia, Bologna e Linate. Scontato ribadire che sia Benetton che Ligresti fanno parte dei marinai con molte macchie e molta paura.
Se la si guarda nel suo complesso, l’intera operazione CAI appare come un enorme contratto tra il governo e i quindici impavidi imprenditori (tanto impavidi da lasciare sulle nostre spalle le passività di Alitalia).
Pietro Ichino nella puntata di Report del 12/10/08 affermava: “Questi investimenti presentano un punto di domanda molto marcato sulla loro reale motivazione. L’ipotesi che si fa è che il compenso per questo sacrificio arrivi a questi imprenditori per altre vie...”.
L’ipotesi che si fa poi trova conferma se si pensa che a far parte della CAI sono soprattutto immobiliaristi, che a Milano nel 2015 vi sarà l’Expo, che Ligresti (ad esempio) possiede terreni, ancora, non edificabili vicino alle zone riservate all’Expo e che (ad esempio) i lavori per questo evento comporteranno tra gli altri una nuova autostrada e quindi un obolo per Benetton, azionista di maggioranza della Schemaventotto che controlla Autostrade.
Ma non è ancora finita qui, si intende.
Infatti tra possibili illeciti e probabili grane da parte dell'Unione Europea, il governo ha usato la mano pesante per sospendere qualsiasi norma o anastetizzare qualsiasi organo di controllo che avrebbero potuto ostacolare l'enorme speculazione targata CAI.
Con un decreto del 29/08/08 il governo ha infatti sospeso le norme antitrust relative all'eventuale creazione di monopoli e ha fattivamente sollevato da qualsiasi responsabilità penale gli amministratori delegati che nel tempo hanno demolito l'Alitalia. Nessuno di questi ultimi è stato mai implicato in questioni giudiziarie rilevanti, ma allora perchè creare uno scudo spaziale di tale portata?
Per non parlare di un altro obolo che aveva come destinatario Benetton (ebbene sì, sempre lui). Infatti il titolare dell'omonima multinazionale, dopo aver acconsentito a partecipare alla crociata contro i cugini d'oltralpe, ha goiosamente incassato la possibilità di aumentare le tariffe autostradali per trent'anni senza l'obbligo di vincolare tali aumenti agli investimenti fatti e cioè alla qualità del servizio. Tutto ciò è chiaramente avvenuto per mezzo della nuova convenzione sulle tariffe autostradali presente nella norma di legge del 6 giugno n.101 approvata dal parlamento.
L’ipotesi che si fa quindi è che il progetto CAI non è “stato gestito male” come ossessivamente ripeteva il segretario del PD Walter Veltroni, ma è stato gestito benissimo.
Per chi ci ha guadagnato chiaramente. E a guadagnarci è stato anche il governo.
In campagna elettorale Berlusconi ha strillato ai quattro venti che c’era ed esisteva una cordata italiana pronta a salvare l’Alitalia dai colonizzatori francesi. Questa però si è materializzata proprio all’ultimo, cioè quando l’Alitalia stava per esaurire il prestito ponte stanziato dal governo Prodi dimissionario.
E sono due le ipotesi che si possono fare. La prima è che durante le elezioni Berlusconi mentiva e mentendo ha contribuito fattivamente (insieme ai sindacati) al fallimento della trattativa con Air France/KLM. La seconda è che la cordata esisteva e che è stata tirata fuori all’ultimo momento proprio perché così facendo si sarebbero messi al muro i sindacati.
In tutt’e due i casi il governo Berlusconi in realtà ha giocato con le sorti di una grande azienda e i suoi lavoratori per garantire guadagni facili a qualche amichetto e consenso per se stesso e in tutt’e due i casi il governo ha pesanti, enormi responsabilità. Ma in tutt’e due i casi i furbetti dell’aeroplanino hanno vinto. Anzi stravinto.

Enzo Biagi:"Chi è Berlusconi? "
Indro Montanelli:"È il più grande piazzista che ci sia non in Italia, ma nel mondo. È un uomo che ha risorse inimmaginabili, che ha della verità un concetto molto personale, per cui la verità è quello che dice lui."

mercoledì 1 ottobre 2008

Lettera ad un amico marxista

Così ha scritto lucam commentando un articolo di Marco Travaglio sul blog Voglioscendere gestito insieme a Peter Gomez e Pino Corrias. Visto che la questione mi ha stimolato mi sono messo a scrivere ciò che pensavo in merito e così ho deciso anche di postarla... Una sorta di "lettera ad un amico marxista".




Lucam:"Carissimi amici del blog,per quanto riguarda la bocciatura del piano di salvataggio finanziario da parte del Congresso USA, questa situazione mi suggerisce una considerazione: l'attuale neoliberismo imperante e celebrato come unica forma possibile di economia, è paragonabile a un giovane dissoluto ke sperpera allegramente in giro per il mondo tutti i suoi averi - e in gran parte quelli degli altri, vedi i piccoli risparmiatori - con assoluta sfrenatezza e senza alcun controllo. e lo fa scientemente, sapendo ke tanto prima o poi, quando avrà esaurito tutte le sue (e altrui) sostanze, nn gli resta ke tornare alla casa del padre ke, mosso da paterna pietà, nn si rifiuterà certo di scioglere i cordoni della borsa per cavare d'impiccio il proprio figliolo. ecco lo Stato è il buon papà e il liberismo (il capitalismo con le pezze al culo [vedi CAI] in italia ne è la forma parossistica) è il figliol prodigo ke pretende di essere tolto dai guai al momento opportuno. tutti lo disprezzano [lo Stato], ma quando sono con l'acqua alla gola tutti lo implorano o in Italia, ne pretendono l'intervento risolutore senza dare nulla in cambio."

Risposta al commento di Lucam:"Visto che ritieni il capitalismo figlio dello Stato (che come teoria è molto, ma molto antistorica visto che l'economia capitalistica ha origini, almeno nel suo stato embrionale, di molto antecedenti alla concezione di Stato), quale pensi possa essere un sistema economico realmente alternativo a questo modello? Che il liberismo ideologico americano(perchè fondato su fondamentalismi economici neoliberisti) sia fallito è un fatto, ma additare questa crisi al capitalismo come sistema è, e spero che tu non intenda questo con il tuo commento, un pò patetico; la crisi made in Usa deriva da motivi ben precisi, storture del mercato stesso che gli ideologi a capo delle maggiori istituzioni economiche americane non hanno voluto vedere. E poi non mi paragonare l'Italia al sistema economico americano; l'italia NON E' un paese in cui esiste un libero mercato. L'italia è un paese che necessita in ampi settori di una "educazione alla concorrenza" e che soprattutto ha urgente bisogno di uno smantellamento di monopoli, oligopoli e mercati fittizi, o almeno così ritengo. Spero che in un'eventuale tua risposta non mi citi o faccia riferimento in modo implicito a teorie derivanti o generate da un filosofo barbuto della fine dell'800. Perchè a questo punto ogni mia risposta sarebbe vana,poichè a quella teoria (il marxismo scientifico) hanno dato un colpo di grazia già in molti (Popper, Von Hayek, Lakatos,...), veri liberali, di cui forse Berlusconi si ritiene un erede. In questo caso bisognerebbe avvertirli per non rendere il loro riposo sotto terra troppo turbolento."

Questa risposta mi porta a fare un altre riflessioni. Il sistema capitalistico fondato su un mercato totalmente sgombro da intromissioni dell'attore pubblico non è un sistema perfetto (per quanto gli individualisti metodologici continuino ad affermare il contrario) e necessariamente efficiente. Ma affermare che il liberismo economico e il capitalismo siano sistemi malefici, malfunzionanti, destinati al baratro è pura demagogia. Io credo che (e non lo dico io chiaramente ma molti economisti) un mercato realmente efficiente possa essere solamente di stampo liberista; cioè con una limitata intromissione dello Stato. Anzi, dirò di più, credo che il mercato sia il capitalismo sia un prodotto della nostra stessa natura umana (ogni di noi è un homo economicus direbbe Adam Smith). Però, allo stesso tempo, ritengo che l'intervento dello Stato, seppur minoritario rispetto alle forze autonome del mercato, sia fondamentale. La crisi del'29 e quella attualmente in corso negli Stati Uniti sono l'esempio paradigmatico. Però mettere in discussione lo stesso modello capitalista (cosa a cui molti poveri revanscisti farebbe piacere) è un'operazione patetica perchè, e lo ripeterò fino alla morte, il capitalismo è la vera matrice della stragrande maggioranza dei benefici di cui godiamo oggi, ma non solamente a livello di benessere fisico o economico, ma anche a livello intellettuale; la secolarizzazione non sarebbe mai avvenuta senza uno sviluppo di questo sistema economico, le scienze probabilmente non si sarebbero anch'esse mai evolute senza la genesi del capitalismo, che per quanti erroneamente ritengano essere coincidente con la rivoluzione industriale, è avvenuta proprio qui, in Italia, nell'epoca di maggior splendore del nostro paese; il rinascimento ed il periodo dei Comuni. Il capitalismo è stato ovviamente anche fonte di sofferenze e di mali del nostro tempo, non credo nelle ideologie e quindi non dò una valutazione dogmatica di questo fenomeno, ma è stato comunque un fenomeno eccezionale a cui (soprattutto dopo la confutazione ripetuta di quella malsana ideologia che fu il "marxismo scientifico") oggi potremmo e dovremmo guardare con meno pregiudizi.


"Io ho una grande speranza, e cioè che, con la scomparsa del marxismo, noi riusciremo con successo ad eliminare la pressione delle ideologie come centro della politica."
Karl Raimund Popper (in foto)